Esse's blog
Vita borderline 🌝

Superare il lutto & altre faccende di vita

Riassunto delle puntate precedenti e cosa andremo a fare in questo 2024

Perchè la morte ci fa così paura?

Paura della Morte e Elaborazione del Lutto: Affrontare il Dolore e Trovare Significato nella Vita
La paura della morte è una realtà con cui molti si confrontano, derivante dall’ignoto, dalla cessazione dell’esistenza o dalla preoccupazione per la sofferenza fisica. Questa paura può plasmare comportamenti e decisioni quotidiane, influenzando il modo in cui affrontiamo la vita. Approfondiamo i legami tra la paura della morte e aspetti culturali, religiosi e rituali funebri.
Aspetti Culturali e Religiosi: Le diverse culture e religioni modellano la percezione della morte sin dall’infanzia. La loro influenza, seppur variegata, determina come affrontiamo e raccontiamo la morte. Mentre alcune culture la celebrano come parte naturale del ciclo di vita, altre la vedono come un passaggio spirituale. Le credenze religiose forniscono una struttura e un significato alla morte, come evidenziato dalle prospettive del cristianesimo e del Taoismo. Quest’ultimo, ad esempio, considera la morte come un ritorno al Tao, un’armoniosa fusione con l’energia universale.
Cerimonie e Rituali Funebri: Le pratiche funebri e i rituali non sono solo atti commemorativi, ma un sostegno per coloro che elaborano il lutto. Partecipare attivamente a tali cerimonie, anche se non si condivide la stessa fede, può essere terapeutico. Vivere appieno le fasi del lutto, con piccoli rituali personali, consente di connettersi, imparare e rinascere insieme a chi soffre.
Ricerca di Significato: La ricerca di significato nella morte e nell’esistenza umana può portare a riflessioni filosofiche e spirituali. Ciascuno trova le proprie risposte, come evidenziato da un percorso personale di ricerca e piena espressione di una vita essenziale.
L’Elaborazione del Lutto e le Sue Fasi: Affrontare il lutto è un percorso individuale con fasi generali, secondo il modello di Elisabeth Kübler-Ross:
  1. Negazione: Iniziale rifiuto della realtĂ  della perdita.
  2. Rabbia: Manifestazione di frustrazione e ingiustizia.
  3. Contrattazione: Tentativo di ripristinare ciò che è stato perso.
  4. Depressione: Consapevolezza della perdita, accompagnata da tristezza e disperazione.
  5. Accettazione: Integrazione della perdita nella vita quotidiana.
Consigli per Superare il Lutto:
  • Accettare i Sentimenti: Ammettere e accettare il dolore, la tristezza e la rabbia è il primo passo.
  • Chiedere Supporto: Condividere con amici, familiari o professionisti è fondamentale.
  • Prendersi il Tempo Necessario: Il lutto è individuale, e non c’è un calendario prestabilito per il recupero.
  • Cercare Aiuto Professionale: Se la sofferenza persiste, uno psicologo può fornire il supporto necessario.
  • Non Pensare Troppo al Passato: Concentrarsi sul presente e imparare dagli errori senza farsi ossessionare dal passato.
  • Il Ricordo è Terapeutico: Ringraziare per ciò che è stato e sorridere per i ricordi positivi.
  • Aiutare e Chiedere Aiuto: Rispondere alla morte con la vita, rafforzando l’unione familiare e chiedendo aiuto quando necessario.
Affrontare il lutto richiede una delicata elaborazione personale, ma è fondamentale per mantenere l’equilibrio nella vita. La morte può essere celebrata come parte integrante dell’esistenza, superando la paura attraverso la valorizzazione della vita.

Sproloqui e dolore

La vita di recente sa di bugie e questo non è un buon inizio per un articolo sull’essere positivi. Sa di bugie perché ci promettiamo che saremmo diversi, che cambieremo, che proveremo meno dolore, che la vita ci farà meno male, e poi, non facciamo niente per far si che questo accada. Rimaniamo immobili e dal brutto che ci accade noi, fondamentalmente, non impariamo mai. Quando mi sono ritrovata a dover scrivere il primo video dell’anno ammetto che ero inerme, immobile. ”Ho appena vissuto un lutto, come posso scrivere di cose che aiutano se non riesco ad aiutare nemmeno me stessa?” e così, nella domanda, la risposta era palese. Dovevo scrivere del dolore.
Perdere qualcuno è qualcosa che ci cambia profondamente, ci fa nascere nuove domande e, in un secondo, diventi la voce narrante in un film che non vorresti vedere che ti ricorda che tutto quello che ti fa male è davvero accaduto, ma la negazione, il rifiuto, a volte sono più forti.
Quindi decisi di scrivere del lutto, della morte, del dolore e della connotazione così negativa, tetra, pesante, che ciclicamente gli regaliamo. Che poi quando ti viene un pensiero divertente legato ad essa, un ricordo gentile, qualcosa che ti strappa un sorriso quasi ti senti colpevole.
Ho dovuto fare i conti tutta la mia vita con la negazione legata ai traumi, se non me lo ricordo, se lo sopprimo, se lo seppellisco sotto a valanghe di qualcosa, di silenzio, non è reale, non è accaduto, non può ferirmi. E così mi ritrovai sotto la finestra di casa di Nonno, al mio ritorno a Milano, in silenzio, sorridendo. Sorridevo perché pensavo che per la mia testa quella situazione fosse surreale. Perché finché in quella casa non ci torno, finché da quella finestra non mi affaccio, finché in quella stanza non ci entro la situazione è esattamente come il gatto di Schrödinger. Nella mia testa Nonno è sia vivo che morto e questo pensiero così lucido mi ha fatto sorridere.
Finché poi non ho dovuto fare i conti con il fatto che prima o poi in quella casa io ci dovrò rientrare. Che poi ho anche iniziato a pensare che, tutto sommato, se qui non c’è più lui, cosa mi tiene ancora qui? Che poi pensi il lavoro, la mia casa, l’altra parte di famiglia. Ma alla fine, cosa ci tiene davvero legati in un posto? E perché il lavoro è stato così naturale metterlo al primo posto?
E alla fine ti ritrovi in una delle strade più trafficate che collega Milano a Monza e viceversa ad avere tantissime domande e zero risposte. Perché il mio 2024 è iniziato così, sentendomi una gran bugiarda perché in quel momento la mia vita stava cadendo a pezzi, quelle poche certezze che avevo non erano più tali ed io di nuovo non stavo reagendo.
Finché non ho scelto di farlo.
E quando ho iniziato a lottare, a reagire, a scrivere, a parlare, a voler di nuovo fare qualcosa degno di essere chiamato tale.
Il mio corpo si è fermato.
Ormai è quasi un mese che combatto con un’infiammazione che non vuole passare e penso che dopo così tante visite qualcuno avrebbe dovuto dirmi qualcosa e invece no, mi rassicurano che non è niente e intanto quel dolore non passa, e al massimo cresce. Ho iniziato a pensare che quel dolore non esistesse davvero, che fosse frutto della mia testa e di nuovo mi ritrovavo li, in quel viale, a fissare una finestra vuota, chiusa, con le luci spente, tante domande, e nessuna risposta.
Il dolore è qualcosa di terribile, sia fisico che emotivo. Il dolore vissuto da un soggetto Borderline è come bruciare al rogo vivi con una folla che acclama la tua dipartita pubblicamente e io questa cosa non sono mai stata brava a spiegarla, so solo che l’ho ereditata, perché Nonna era esattamente come me. In quella strada, in quella casa, in quella finestra.
Ho pensato ad un certo punto che per guarire dovessi tornare a scrivere, perché dall’ospedale alla fine mi ha tirato fuori solo quello, scrivere di una vita che era mia solo in parte, nel resto era di questa ragazza immaginaria che viveva, che ero io che però non vivevo, molto contorto. E quindi ho pensato che sarei dovuta tornare a scrivere così, le cose che amavo, le cose che odiavo, quei flussi di coscienza terribilmente invadenti e sgrammaticati che nessuno considererebbe arte, poesia, ma che per me erano tutto.
Ho anche pensato ”ma chi se li legge” e se sei arrivat* fin qui, ti mando un bacino, significa tanto per me. Però si, chi se li legge i pensieri di qualcuno in un momento in cui soffre. A noi piacciono i racconti veloci, le storie di successo, qualcosa che ci faccia pensare ”anche io posso” e poi non possiamo, o non facciamo. Insomma, a noi piace implicitamente il successo degli altri in un modo quasi malato. Ci piace disprezzarlo, ci piace osservarlo, ci piace studiarlo.
A me il successo spaventa, non so nemmeno se m’è mai interessato davvero. A me bastava creare, come la prima volta che scrissi qualcosa, era una poesia, era sulla morte di un uomo, la lesse mia madre, la trovò bella, la rilessi, me ne vergognai e la stracciai. Avevo sette anni e già quella condivisione di pensieri mi spaventava, perché ciò che provavo, ciò che sentivo, era davvero troppo.
Però la vita quando hai sette anni è un sollievo.
Quando ne hai 28 e devi pagare le bollette un po’ meno.
Tutto questo per ricordarvi che il processo di guarigione è qualcosa che è ciclico. Impari ogni giorno a guarire da qualcosa, da un ricordo, da un pensiero, dalle parole di qualcuno, da un buco che non colmerai mai più.
Ci vediamo venerdì 26 Gennaio con un nuovo video sulla morte, il primo, e spero l’ultimo per un po’.
Un bacio,
Esse-

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